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Viaggi enogastronomici

Verdicchio Fresco di Grotta: Lucchetti a Morro, poi Corinaldo e Senigallia (Terza Parte)

di Luigi Bellucci

MappaArticolo georeferenziato

Morro d’Alba e il Lacrima di Lucchetti

Arriviamo sulla piazza di Morro in una bella giornata di inizio estate, ancora fresca. Ci aspettano in Piazza Primo Romagnoli il Sindaco Simone Spadoni con Valentina che ci farà da guida e Mario Lucchetti, ambasciatore del Lacrima. Mentre ci avviamo lungo i portici che circondano la piazza, sulla “camminata della scarpa”, tutta al coperto e con le caratteristiche travature seicentesche in legno, asciugate dal tempo e dal sale marino che arriva nell’aria dall’Adriatico poco lontano, Valentina ci racconta di questa terra tra i fiumi Misa ed Esino, terra già popolata dai Romani che hanno lasciato diverse testimonianze con le ville del secondo secolo dopo Cristo. Nel medioevo Ostrogoti e poi Longobardi, che hanno tramandato il culto di San Michele Arcangelo.
Fino al 1862 si chiamava solo Morro (luogo elevato) e poi fu aggiunto d’Alba (il più alto dei Morri).

Vedi anche Verdicchio Fresco di Grotta: Abisso superato (Prima Parte)

Vedi anche Verdicchio Fresco di Grotta: Vini e cibi di nicchia … con sorpresa finale (Seconda Parte)

La vista dalla camminata della scarpa si perde in lontananza, in tutte le direzioni, verso colline dolci e coltivate, scorci di vigna a destra, di olivi a sinistra, ampi campi di girasoli in primo piano e piccoli boschetti in lontananza, a nascondere talvolta ma spesso a mettere in evidenza paesi, torri, castelli, badie in lontananza, a 360 gradi.
Simone racconta che di recente è stata qui, proprio sulla Scarpa, una troupe di Google per inserire questa, che è a tutti gli effetti una strada pedonale, sul loro “Street View”. Intanto ci raggiunge Luciano Neri, assessore all’Agricoltura della Provincia di Ancona.
Lungo la Scarpa c’è l’ingresso al Museo Utensilia, la mezzadria, ricavato in questi locali sotterranei che in tempo di pace hanno avuto funzioni di cantina e magazzino, mentre in tempo di guerra diventavano rifugi umani. L’allestimento del Museo, qui dal 2008, è stato curato da Sergio Anselmi e all’interno si passa da una stanza all’altra per vedere l’Officina del Fabbro, la sala dei manufatti con il modellino in legno di una casa colonica, le carabaccole, i panieri, il bracciale, in legno, per il gioco della palla lungo la Scarpa esterna prima del 1846, perché in quell’anno fu abolito per decreto in quanto si rompevano troppe finestre e tegole delle case e a Morro non c’erano altri spazi adeguati. Più avanti la sala del telaio, quella del biroccio fatto da Giovanni Carloni nel 1842 in Passatempo (è il nome del loro paese, non che non avessero altro da fare) dipinto a mano da Erminia Carloni con i fiori verdi, bianchi e rossi, con Sant’Antonio sul davanti e le pupe sui lati.
La visita prosegue con la cantina e il torchio, la botte grande, la botte piccola, e poi gli attrezzi della cucina, il setaccio, l’impastatrice a bascula, la macina in pietra, la macina in legno e ferro per i pomodori e poi gli infiniti attrezzi dei campi

Lucchetti e pranzo in cantina.

Si è fatto mezzogiorno e ci spostiamo a un chilometro dalla piazza per la visita all’Azienda Lucchetti. Mario rispecchia nella sua semplicità il prototipo del mezzadro, sempre al lavoro nei campi, sempre attento ai piccoli particolari, sempre grato nei racconti ai “vecchi”, in particolare a papà Armando, che era del ’15 e che era un abile innestatore e vignaiolo. Lui gli ha insegnato il lavoro in vigna e gli è stato di esempio fino ai 94 anni che ha vissuto. Vedi la bontà d’animo di Mario nel luccichio che gli compare sugli occhi quando ricorda gli anni passati e ripensa ai suoi cari. Mario è fatto così. Non vi parlerà mai della targa che lo nomina Cavaliere della Repubblica Italiana registrato nell’Albo al N. 19318 serie V il 27 dicembre 2007 a firma Napolitano e Prodi.
Oggi l’azienda è ben avviata e condotta dal figlio Paolo che porta in azienda la cultura universitaria e i concetti di qualità, di marketing, di produttività e di risparmio energetico con i pannelli fotovoltaici ben mimetizzati sul tetto per la produzione di gran parte delle loro necessità energetiche. I 15 ettari sono coltivati per un quinto a Verdicchio e il resto a Lacrima, con la consulenza enologica di Alberto Mazzoni producono all’incirca duemila quintali di vino. Dall’aia della casa si passa direttamente in vigna, ben soleggiata e inerbita, come consigliano le nuove tendenze, ma anche la bella rosa che sta a capo filare dà un tocco di grazia quasi femminile al vigneto.
Con Mario visitiamo la vigna, poi la cantina e infine il moderno essiccatoio, attrezzato con ventilazione forzata per l’appassimento delle uve che produrranno il Maria Sole, in onore dell’ultima generazione dei Lucchetti, una bimba moretta vispa e ben educata.
“La Lacrima ha il suo bel profumo naturale” dice Mario ed è proprio vero che quei sentori speziati e quelle deliziose note di rosa vengono dalla terra lì attorno, come vuole la natura che si serve del vitigno per esprimere sé stessa e non hanno assolutamente bisogno del legno che ne altererebbe le caratteristiche. Infatti dai Lucchetti non c’è traccia di barrique, né di altro legno perché le loro tipologie sfuso, base e superiore, sono ottenute dalla terra e dalla selezione attenta delle uve nel vigneto. Anche per gli ultimi due “figli” il vendemmia tardiva Maria Sole e il Passito, si lascia fare al territorio e alla “natura”. La qualità dei suoi vini è stata premiata quest’anno anche da Robert Parker che ha dato 90, 91 e 92 punti ai suoi tre “campioni” e Mario va giustamente fiero di questi apprezzamenti al suo lavoro in vigna.
Anche del Verdicchio se ne fanno due tipi, il base e il superiore. Quasi tutta la loro produzione di punta è destinata al mercato estero.
All’una ci sediamo a tavola nella nuova sala sopra la cantina, con vista panoramica sulla loro proprietà e oltre. Insieme a noi anche Enzo Giancarli, amico di Mario e attento promotore delle Marche per le voci ambiente e territorio e Gianni Rossetti, presidente dell’Ordine dei giornalisti delle Marche.
Al nostro tavolo il sommelier Giuseppe Cristini, grande comunicatore del vino.
Iniziamo con un antipasto di salumi e formaggi bagnati dal Verdicchio dei Castelli di Jesi di Mario, il Classico 2010 e il Superiore 2010.
Con i cannelloni al forno, croccanti in superficie e morbidi e gustosi all’interno, beviamo il Lacrima base 2010, eccellente.
Per l’arrosto di maiale in crosta ci vuole invece il Lacrima Superiore Guardengo 2009, semplicemente strepitoso.
Ancora un piatto di carne, più dolce e fine come l’agnello e piccione ripieni e la faraona con le olive per apprezzare in tutta la sua squisitezza il Maria Sole, dal fondo lievemente amarognolo che contrasta con le carni più dolci nei piatti e le completa.
Infine i cantucci per apprezzare il Passito di Lacrima DOC 2009 di 15 gradi.
Ogni volta Mario supera sé stesso.

Corinaldo, rocche e castelli.

Con in bocca i sapori deliziosi dei piatti e dei vini di Mario Lucchetti saliamo sul bus per raggiungere Corinaldo, come meta di passaggio per la tappa finale a Senigallia.
Alle cinque siamo nel parcheggio di Corinaldo. Il bus non riesce a salire lungo le stradine del entro fino al Comune, perciò la facciamo a piedi, sotto il sole del pomeriggio e on in pancia il pranzo da Lucchetti. Con Federica visitiamo la città, ma prima ci raduniamo attorno al cannone di fico che sta nell’atrio del Comune a sentirne la storia. I fatti richiamano l’antica rivalità di Corinaldo con Montenovo, oggi Ostra Vetere. Sembra che per “sparare” ai nemici qualche bontempone avesse proposto di costruire un cannone con il tronco svuotato di un fico. Quando la guarnigione caricò il fusto per farlo sparare lo scoppio uccise tutti i soldati attorno al fico e il comandante della postazione, che si era messo al riparo, davanti all’ecatombe abbia esclamato: “Se qui abbiamo avuti sette morti, figuriamoci quanti ne saranno morti dall’altra parte!”.
Così andava il mondo a Corinaldo. Oggi è un bel paese dell’entroterra, con la salita alla scalinata “La Piaggia”, detta anche dei cento scalini, a metà della quale c’è il pozzo della Polenta, che risale ai tempi del tiranno Accattabriga e lì vicino la casa di Scuretto a completare il trittico del paese dei matti. Anche questa è una storia curiosa, ma è meglio venirle a sentire dalle voci di Federica e Donia o dalle loro colleghe.
Venendo alle cose serie, Corinaldo è il paese di Santa Maria Goretti, è bandiera arancione e bandiera verde per il turismo.
La terza domenica di luglio di ogni anno si festeggia la contesa della Polenta.
Per Mario Carafòli Corinaldo era “Il paese più bello del mondo”.
Mentre si fa la visita della città facciamo una sosta all’Osteria de Scuretto per una bibita rinfrescante.

Senigallia la Rotonda e Fondaloro

Alle sette siamo ridiscesi verso il mare per la visita alla Rotonda di Senigallia. Stanno allestendo una mostra per il giorno successivo. Ci accompagna Claudia.
L’edificio è stato costruito nel 1933 per le notti brave di Benito. Oggi si direbbe per i suoi bunga bunga. In realtà il duce aveva i suoi incontri amorosi singoli, per lo più con la “velina” di turno per dimostrare a sé stesso la propria virilità.
Il mare è increspato. Il vento di scirocco accarezza vigoroso la pelle sulla terrazza al primo piano e si infila allegro sotto le gonne delle signore. Saliamo i 31 scalini per arrivare al piano superiore da dove lo sguardo spazia su tutta la riviera, fino al Conero che in questo punto della costa appare ad oriente e non a sud, come ti aspetteresti da un ricordo sommario dei tempi di scuola.
Guardando a Nord sembra di essere in crociera sul Mediterraneo e vedi solo un paio di vele che scorrono il mare in direzioni opposte.
Mi torna in mente la scena notturna del Rex che passa su questo mare nell’Amarcord del sommo Federico.
Riprendiamo la passeggiata lungo la riva fino al porto in compagnia di Luciano Neri, che qui è di casa, poi giriamo verso il centro fino alla Rocca dove si espone in questi giorni Piero della Francesca, ma il museo a quest’ora è già chiuso. Peccato!
Il sole tramonta verso la costa sinistra della riviera e l’aria comincia a rinfrescare.
Alle otto e mezzo arriviamo sotto gli archi del Foro annonario ai tavoli del Fondaloro di Lorenzo Esposto che prepara per noi e per i suoi clienti del buon pesce fresco.
Iniziamo con degli antipasti misti di mare, caldi e freddi, annaffiati da un Campodarchi, Bianchello del Metauro DOC 2008, di Terracruda.
Sul tavolo anche un Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore DOC 2009 di Natalino Crognaletti e per chi non ama i bianchi, un Rosso Piceno DOC 2009 di Fattoria Laila.
Buoni i chitarrini alle cozze arrabbiate e la frittura mista.
Avevo più aspettative per la zuppa inglese, che mi ha un po’ deluso perché mancava il rosso dell’Alchermes.
Complimenti invece a Lorenzo per la qualità dell’olio extravergine portato in tavola. Un olio extravergine di oliva da cultivar Raggia, Pendolino, Leccino, Coroncina, fatto in quel di Ostra da Vittorio Zannotti in una bottiglia da 0,75 litri dal lotto LB0/28 con scadenza 1° Giugno 2012, con codice di rintracciabilità ANCZV23041104, reperibile sul sito www.olitaliano.eu.
È piuttosto insolito, per mia esperienza, trovare un ristoratore che abbia un’attenzione così curata per la scelta dell’olio da usare e da mettere in tavola.
Con il rientro in albergo finisce il nostro viaggio nel fresco di grotta e domani partiremo per nuove avventure nella nostra meravigliosa penisola.

Foto Credit: Gabriella Repetto

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Luigi Bellucci

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Sono nato in una torre malatestiana del 1350 sulle primissime colline del Montefeltro romagnolo. Forse per questo mi ha sempre...

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