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Back office

Elucubrazioni di un editor spompato

di Filippo Ronco

Mi ricordo quando a fare informazione enogastronomica in rete, soprattutto nel settore del vino, si contavano si e no un paio di siti degni di nota. Era la fine degli anni '90 e quasi tutti gli appassionati geek di allora si ritrovavano per lo più sui newsgroup, la versione "nuda" dei forum, oggi quasi del tutto trapassati. Le cose erano più semplici. Inserirsi, in quel contesto, tra i siti più letti e frequentati del tempo partendo anche da zero, era una cosa abbordabile ai più se solo se ne avesse avuto concreto desiderio e giusta spinta motivazionale. I professionisti in rete erano pochi, non c'erano fb e twitter. Non c'erano i blog.

Era il periodo dei magazine e dei portali.
In quel periodo le degustazioni seriali si chiamavano "raduni" e si organizzavano in qualche thread su it.hobby.vino, it.discussioni.ristoranti, it.hobby.birra. Ci sentivamo un filo meno fighi forse, gli unici cancelletti erano le prove iniziatiche a cui ti sopponevano crudelmente gli early adopters ma devo dire che l'afflato era quanto meno equivalente a quello odierno, un po' più di rude schiettezza rispetto ad oggi forse, questo si.

La separazione tra il mondo dell'editoria online e quello dell'editoria offline in passato era netta. L'establishment stava tutto offline e online ci stavano i ragazzetti smaniosi tra battone e pedofili, chiaro.

In quest'ultima dozzina d'anni, ho visto lentamente ma progressivamente passare tutto questo credito e questa notorietà dell'editoria "ufficiale" dall'una all'altra sponda e tutti coloro che un tempo guardavano con aria di supponente snobismo la crescita di questo coso online - sgangherata e rozza finché vuoi, fatta di sbagli ma ricca di fascinazione pioneristica - oggi hanno ormai quasi tutti attraversato il guado - almeno con un piede - e ancora un po' frastornati si barcamenano tra ritmi serrati e dinamiche che stanno cercando con fortune alterne di comprendere.

Ho seguito la nascita, la vita e la morte di tantissimi progetti editoriali. Alcuni di successo, altri un po' meno. Ho visto persone qualsiasi fare di un hobby un lavoro e/o ritagliarsi una posizione (qualsiasi cosa voglia dire) da semplici appassionati. Ho assistito allo sbarco online di vere e proprie istituzioni (leggi: consolidati gruppi editoriali) con risultati non sempre eccelsi, talvolta discutibili.

Il travaso del mondo professionale sul territorio prima vergine e prevalentemente amatoriale della rete ha portato con sé pregi e difetti. Il peggior difetto è stato quello di mutuare alcuni deprecabili comportamenti tipici del mondo offline per trasferirli, quasi fossero un modus operandi agilmente esportabile, anche al mondo online. Dall'altro lato però, il mondo professionale dell'informazione enogastronomica ha contribuito alla crescita qualitativa di tutto l'ambiente, ponendo alcuni standard qualitativi che di certo non hanno fatto male ai wannabe dell'editoria online.

Oggi siamo tutti qui.
Restano, stoici, i pionieri della prima ora, brulicano i blog vecchi e nuovi mentre si affacciano sulla scena nuove realtà editoriali tutte da scoprire. La rete in tutto questo gioca l'indispensabile ruolo di garante d'imparzialità offrendo ad ognuno le medesime opportunità ma il giochino, è indubbio, oggi si è fatto molto più complicato e competitivo.

Quello che un tempo era un terreno semi-inesplorato e da colonizzare alla buona, è stato esplorato e colonizzato. Alcuni progetti sono vivi ancora oggi, chi ha saputo innovare resiste, altri sono durati un respiro, altri ancora sono in cerca d'autore. Ultimo nato - solo per motivi anagrafici - la Gazzetta Gastronomica di Stefano Bonilli, ex direttore del Gambero Rosso che si giocherà probabilmente gran parte del probabilissimo successo sulla capacità di sapersi rendere quanto più possibile accessibile e non elitario.

Intorno, il gruppo semi-infinito dei micropublishers, ciascuno col suo piccolo orto, i suoi ritagli di attenzione, la sua schiera di fedeli, il suo posizionamento in questo spazio sempre più grande e caotico eppur finito, se non altro per il tempo di consultazione che ad esso una persona di buona volontà può dedicare nell'arco di una settimana che, al più, resta sintonizzata sul 24/7.

Oggi mi è chiaro quanto l'attenzione e il desiderio di approfondimento di un articolo da parte del lettore ancor prima che dell'autore e dell'editore sia una difficile conquista. Quasi tutta l'attenzione (massimamente di superficie), passa per un veloce tweet o un fugace commento su facebook. Pochissimi - mi riferisco alle masse - dedicano il proprio tempo alla lettura e all'approfondimento perché le fonti sono in quantità ormai spropositata e il numero di prodotti di qualità è così elevato che risulta anche molto difficile fare una cernita che non rischi di divenire censoria. Non basta più un feed reader, insomma.

E' come quando vai a cena fuori e siedi a un tavolo tondo da 6-8-10 persone oppure quando ti ritrovi al centro di una tavolata da 30-40 o più persone che magari conosci ma con cui per posizione e rumore non riesci a intrattenere un discorso.

Credo stiamo vivendo in un momento in cui l'editoria online - sia quella professionale che quella amatoriale - abbia raggiunto un picco qualitativo discretamente alto ma che, contemporaneamente e per vari motivi, goda del più basso grado di attenzione di sempre. Molto del successo di queste iniziative è demandato alla capacità di generare traffico, di sostenere un ritmo di pubblicazione serrato - talvolta quasi inumano - anche da seguire da parte del lettore, mentre la qualità viene premiata più sul lungo periodo in termini di loyalty, credibilità, reputazione. Tra publisher e aziende poi c'è molta contaminazione e purtroppo a maggior contaminazione non sempre equivale maggior trasparenza.


E allora, si stava meglio quando si stava peggio?
Probabilmente no perché in definitiva, più player, più concorrenza, più dinamismo, più fermento e va bene così. Di certo siamo ormai un passo avanti rispetto a quel "travasi di establishment" di cui scrivevo qualche mese fa. L'importante, a qualsiasi punto del percorso ci si trovi, è tenere sempre i piedi ben saldi per terra, rammenare di rappresentare un granello nell'universo e mandare a memoria una regola fondamentale: no guru, no idols, perché le rendite di posizione non esistono più e la regola, incredibile a dirsi, vale oggi più di ieri.

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1 Commenti

Inserito da Damiano Raschellà

il 12 dicembre 2011 alle 23:01
#1
Filippo, leggere tutte queste righe Ŕ giÓ un approfondimento, ci metti alla prova?

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Filippo Ronco

Filippo Ronco

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Laureato alla Facoltà di Giurisprudenza di Genova nel 2003, ho fatto pratica legale in uno studio per circa 2 anni ma non ho mai provato a dare...

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